E-Commerce, in arrivo tassa di 2 euro sui pacchi
Il contributo riguarderà tutte le confezioni fino a 150 euro che partono e arrivano in Italia: è uno degli emendamenti alla manovra 2026.
Il governo italiano sta avanzando rapidamente verso l’introduzione di una nuova tassa, o meglio, di un contributo – così viene definito -, sui beni acquistati online.
L’intenzione è quella di imporre un extra importo di due euro su ogni pacco, un provvedimento inserito in un emendamento alla prossima Legge di Bilancio 2026. Una misura che, se approvata, posizionerebbe l’Italia come apripista rispetto alle disposizioni europee, anticipandone l’entrata in vigore seppur con alcuni accorgimenti; scopriamo perché.
La necessità di qualificare la misura
La proposta normativa, che sarà discussa per oggi in commissione Bilancio al Senato, mira a stringere le maglie sui prodotti a basso costo e sul fenomeno del fast fashion.
Originariamente, questo dazio sarebbe dovuto applicarsi esclusivamente ai beni importati dall’esterno dell’Unione Europea, al di sotto della soglia di 150 euro. Tuttavia, sono in corso riflessioni politiche e analisi tecniche volte ad allargare il campo di applicazione. La difficoltà strutturale risiede nel fatto che la potestà in materia doganale spetta unicamente all’UE, impedendo all’Italia di imporre dazi autonomi su specifiche categorie merceologiche.
Per aggirare questo ostacolo legale, il Governo sta valutando di estendere la misura a tutte le spedizioni che rientrano nella soglia dei 150 euro, comprese quelle che partono e arrivano in Italia, qualificandola in tal modo come un contributo di natura amministrativa, anziché un dazio.
Il commento di Confetra: rischio boomerang per economia e consumi
Questa possibile estensione del contributo ha incontrato una netta resistenza. Carlo De Ruvo, presidente di Confetra (Confederazione Generale Italiana dei Trasporti e della Logistica), in particolare, ha manifestato forte contrarietà.
In una nota, De Ruvo ha sottolineato come una tale normativa si discosti significativamente dalla proposta originale europea, che era stata concepita al solo scopo di frenare la crescita esponenziale dell’e-commerce extra-UE esplosa con la pandemia.
Secondo Confetra, colpire indistintamente tutte le spedizioni rischierebbe di penalizzare tanto le aziende quanto i cittadini italiani, portando a una riduzione dei consumi in un contesto economico già difficile.
“Le preoccupazioni si attenuano ma non spariscono alla luce del chiarimento, anticipato da fonti dirette, che vedrebbe l’applicazione della norma solo alla merce in importazione, contrariamente a quanto apparso sugli organi di stampa – evidenzia la nota – è una notizia che accogliamo con favore poiché risparmierebbe le imprese esportatrici italiane, che ricordiamo sono responsabili di oltre il 30% del PIL nazionale”
Gli effetti economici e il rischio di contrazione
Nonostante il parziale chiarimento, continuano a permanere preoccupazioni sull’impatto generale dell’introduzione dei nuovi oneri fiscali.
In merito, Confetra ha richiamato i dati OCSE, ricordando che l’Italia è già il quarto Paese in Europa per pressione fiscale, con un gettito tributario che nel 2024 ha raggiunto il 42,8% del PIL. L’esigenza di reperire fondi per la legge finanziaria, ha avvertito De Ruvo, non può quindi gravare ulteriormente sul commercio internazionale e sui cittadini.
Alla luce di tutto questo, secondo il Presidente di Confetra, l’iniziativa in discussione rischia di trasformarsi in un “boomerang” per l’economia nazionale: i benefici ipotizzabili sembrano limitati a fronte di effetti negativi significativi, che includono l’aumento dei costi per il consumatore finale, il pericolo di alimentare l’inflazione e una probabile contrazione della spesa.
Per comprendere la delicatezza dell’intervento, De Ruvo ha citato le dimensioni del fenomeno a livello europeo: nel solo 2024, circa 4,6 miliardi di spedizioni di basso valore sono entrate nell’Unione, l’equivalente di 12 milioni di pacchi ogni giorno. Uno scambio di tale portata rende qualsiasi regolamentazione estremamente delicata, specialmente se non ben coordinata con le dinamiche globali del mercato digitale.
La priorità, ha concluso De Ruvo, deve rimanere l’implementazione di politiche fiscali che siano sostenibili, eque ed efficaci, senza compromettere la competitività delle imprese italiane e il potere d’acquisto dei consumatori.
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