Federalismo fiscale, associazioni TPL: correttivi per finanziare il trasporto pubblico
Forte preoccupazione da parte di Agens, Anav e Asstra per il ddl approvato il 30 luglio. Chiesto un confronto istituzionale per tutelare il settore.
Un autobus che attraversa la città non rappresenta soltanto un mezzo di trasporto, ma il ritmo quotidiano di un’economia che si muove e di una società che respira. Eppure, proprio mentre la transizione ecologica richiede uno sforzo senza precedenti, il meccanismo finanziario che permette a questa macchina di funzionare rischia di incepparsi sotto il peso di nuove architetture normative. Le principali sigle che rappresentano il comparto della mobilità passeggeri in Italia, ovvero Agens, Anav e Asstra, hanno recentemente manifestato profonda preoccupazione per il via libera del Consiglio dei Ministri al disegno di legge sul federalismo fiscale regionale, ravvisando il pericolo di un indebolimento strutturale dei servizi TPL offerti ai cittadini.
La tutela delle risorse e il vincolo fiscale
Il fulcro del dibattito ruota attorno alla gestione delle risorse necessarie per tutelare il futuro del settore. La riforma prevede che, dal 2027, i trasferimenti statali diretti vengano sostituiti da una partecipazione regionale al gettito dell’IRPEF.
In merito, le associazioni di categoria sottolineano la necessità di inserire dei paracadute normativi prima che il testo diventi definitivo. La richiesta è chiara: le risorse derivate dalle tasse dei contribuenti devono essere blindate e destinate esclusivamente al trasporto pubblico locale, impedendo che tali somme vengano utilizzate per coprire altri buchi di bilancio.
Una storia che potrebbe ripetersi
Il timore espresso dai rappresentanti del settore affonda le radici in un’esperienza già vissuta. Tra il 2008 e il 2012, un precedente tentativo di federalismo fiscale fece deragliare oltre 1.300 milioni di euro verso finalità estranee a quelle dei trasporti.
Quel vuoto finanziario è stato in parte colmato solo dal 2013 con la creazione di un fondo nazionale dedicato, il quale però soffre ancora oggi di una carenza di circa 800 milioni di euro l’anno a causa del mancato adeguamento all’inflazione.
Per evitare che la storia si ripeta, si chiede che il trasporto pubblico locale venga riconosciuto come un servizio essenziale a livello nazionale, garantendo la copertura totale dei costi standard attraverso un solido fondo perequativo.
L’incognita dei nuovi contratti e il rischio investimenti
Oltre alla discussione sui bilanci, emerge un’altra scadenza che agita il settore: la fine del 2026, data in cui scadranno numerosi contratti di gestione dei servizi. La mancanza di una cornice finanziaria certa rende estremamente complicata la programmazione delle nuove gare d’appalto e, di conseguenza, blocca la possibilità di investire in nuove flotte o infrastrutture moderne.
Questa instabilità mette a rischio non solo la normale operatività, ma anche il raggiungimento degli obiettivi previsti dal PNRR e dai piani nazionali per la mobilità sostenibile, rallentando la corsa verso la modernizzazione tecnologica del Paese.
Un piano nazionale per la sostenibilità del settore
In questo scenario frammentato, la richiesta che arriva dalle imprese è quella di non frammentare eccessivamente le responsabilità. Le associazioni ritengono fondamentale che lo Stato conservi una funzione di coordinamento unitario per le politiche della mobilità, condizione ritenuta indispensabile per centrare i traguardi europei sulla decarbonizzazione.
“Bisogna evitare una crisi sistemica, per questo chiediamo un confronto istituzionale immediato tra il Governo e le Regioni. L’obiettivo primario è definire soluzioni condivise che assicurino la continuità e lo sviluppo dei servizi di mobilità urbana.”, concludono le associazioni nel comunicato congiunto.
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